CIRCOLO VIZIOSO

Trascorrono sempre più rapide queste giornate, mi sento dentro ad un vortice, un circolo vizioso, un criceto che corre sempre più veloce nella sua ruota, alla ricerca di qualcosa di più, qualcosa di diverso, ma resta sempre fermo al punto di partenza. L’unica differenza che riesco a percepire è la stanchezza, la mia mente che fatica sempre più a trovare la concentrazione. Mi distraggo come un cucciolo di gatto la prima volta che si muove solo in giardino, che si spaventa al cadere delle foglie e saltella qui e lì, incapace di riconoscere suoni e colori intorno a lui.

La domanda che mi pongo è sempre la stessa: ” Perché non riesco a trovare del tempo per me?”

E nei pochi momenti che mi restano a dedicarmi sono troppo stanca, getto la spugna, non ho stimoli.

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Voglia di riscatto

Oggi, durante un incontro di lavoro ho sentito solleticare dentro di me una grandissima voglia di riscatto.

Premetto che lavoro da alcuni anni come impiegata nel settore edile, con il mio capo il rapporto è molto buono, prima di essere la sua impiegata eravamo anche ottimi amici. Abbiamo condiviso tanto insieme, gioie e dolori come si suol dire.

Durante l’incontro con un Architetto della zona, che ci ha proposto un intervento immobiliare improvvisamente mi sono detta: ” Ma perché non posso anche io avere un’azienda tutta mia da gestire?

Ed improvvisamente mi sono immaginata durante le mie giornate ad essere non più una fedele consulente ma un’abile stratega, ho avuto la sensazione di essere riuscita a stringere tra le mani un progetto su cui investire.

Ricordo nitidamente che negli ultimi mesi di scuola, poco prima della maturità, mi sentivo perduta, perché tutti i miei compagni di classe avevano un lavoro dei sogni, molti si erano già iscritti al corso universitario, mentre io continuavo a chiedermi che cosa avrei fatto appena fuori da scuola.

La verità è stata che per qualche anno ho fatto la commessa, poi mi sono tuffata nel mondo immobiliare, che mi ha subito conquistata. Nonostante io abbia cambiato lavoro più volte, sono sempre rimasta nel settore. Mi fa sentire realizzata, è un mondo in cui la maggioranza dei professionisti con cui mi interfaccio è di sesso maschile. Ho imparato a farmi rispettare, ho imparato che non sempre le cose possono andare come sperato, ma che si tratta solo di piccole sconfitte ma non di una guerra persa. Mi lamento spesso perché non riesco a dedicarmi del tempo, ma quando ho le giornate libere non vedo l’ora di tornare a lavoro.

Sono fiera di me per il mio percorso, spero che il mio progetto possa consolidarsi, d’altronde, basta crederci un po’ di più.

Frammenti di Empatia

Vorrei davvero comprendere il motivo per cui quando parlo qualcuno mi sembra di vivere in una competizione, il lavoro degli altri è sempre più complicato del mio, le relazioni degli altri sono più difficili da gestire, le malattie o sintomi degli altri sono sempre peggio dei miei.

Sembra una tendenza costante a sminuire le vite altrui, e cerco disperatamente di capirne il motivo.

Forse è il modo sbagliato di confrontarsi? Il modo sbagliato di cercare conforto? o il modo sbagliato di richiedere gratificazioni che nel posto in cui dovrebbero esserci non ci sono?

Io non vivo la mia vita cercando di essere la migliore, cerco di fare del mio meglio, mi confronto con altri quando non sono sufficientemente preparata nell’argomento. Io credo che ogni lavoro, ogni situazione, ogni confronto siano importanti. Vedo il tutto come un grande ingranaggio, e se si blocca anche il più piccolo dei componenti non si muove più.

Il mio vuole essere un invito a modificare i modi con cui ci relazioniamo con gli altri, un briciolo di empatia non guasterebbe!

Sentirsi infallibile

Capita ormai in maniera sempre più frequente di sentirmi sbagliata. Non esiste un unico e preciso fattore scatenante: durante l’intesa quotidianità infatti, soprattutto nei momenti più stressanti, mi ritrovo a sentirmi sbagliata. E’ un po’ generico il termine “sentirmi sbagliata”. A volte infatti sento di essere nel posto sbagliato, altre volte sento di essere con la persona sbagliata, altre volte ancora inizio a pensare che cosa le persone intorno a me si aspettano che io dica o faccia, e la risposta è sempre inequivocabile: sei una delusione, mi dico. 

Poi cerco di analizzare i miei pensieri, il mio essere così curiosa mi caratterizza, ed è proprio lì che mi domando perché continuo a dare così tanta importanza a ciò che gli altri pensano di me, e peggio ancora, mi autoconvinco che per un piccolo errore di valutazione mi diano della fallita.

Mi chiedo perché credo così poco in me, e se è questo il motivo. Mi chiedo perché faccio così fatica a dedicarmi del tempo, preferendo sempre le cose da fare per gli altri rispetto a quelle che potrei fare per me. 

Iniziano poi a girarmi nella testa tantissime domande alle quali non so rispondere, posso solo ipotizzare. Che lavoro vorrei fare davvero? Se avessi più tempo per me che cosa farei? Sono ingrassata nell’ultimo periodo, perché non ricomincio a camminare?

Mi nutro delle emozioni altrui, delle lusinghe degli altri, mi ricarico quando qualcuno si complimenta con me per qualcosa che ho fatto, ma quando vengo criticata o mi autocritico perché ho sbagliato cado in uno sconforto enorme, e non riesco a pensare ad altro.

Non riesco a parlarne con nessuno, perché mi vergogno di farmi vedere debole, perché forse mi sento infallibile. 

Domande scomode

Mi sono imbattuta in un post di Facebook di un’amica che sfoga la sua frustrazione perché non riesce ad essere madre. Dopo 5 fecondazioni e un aborto in 4 mesi si ritrova a dover spiegare, spesso con il nodo alla gola, il motivo per cui alla sua età, essendo felicemente sposata non ha ancora dei figli.

È così difficile evitare l’argomento? È indispensabile fare queste domande? Davvero è così impossibile da comprendere che ci sono situazioni in famiglia di cui non possiamo nemmeno immaginare l’entità che vengono quotidianamente rimarcate?

Vi prego, riflettete quando state per fare questo tipo di domande, perché la vostra misera curiosità è causa di estremo dolore per qualche donna che desidera in tutti i modi di avere un figlio e non lo può avere.

Nel Vortice dell’ansia

 Girano vorticosamente i pensieri nel cervello, così veloci e così dolorosi che non riesco a fermarli. 

Mi opprimono il petto, la testa si fa pesante, perdo la cognizione del tempo e dello spazio. 

Perché non posso funzionare come tutti gli altri, mi chiedo? 

Domande, dubbi, ricordi, episodi già accaduti si mescolano e mi tolgono il respiro. 

Sono ossessionata dal pensiero di sentirmi male in macchina, durante il viaggio per una meta dove non sono mai stata, è forse questo il motivo di tanta preoccupazione? 

La paura di essere o dirigersi in un posto nuovo? Il Viaggio? La paura di ciò che non conosco? 

Mi sono chiesta così tante volte da dove parte questo malessere, ma mai una volta sono riuscita a darmi una risposta lucida e razionale.

Si tratta sempre di teorie, per lo più legate alla mia adolescenza, ma puntualmente tra i vecchi scritti trovo sempre definizione di me stessa che non riesco a ricordare, che mi sembra non mi appartengano più, in cui mi definisco una ragazza che ama scoprire, visitare, conoscere.

In un diario addirittura scrivo di aver deciso che ad ogni riposo settimanale mi sarei recata a visitare una nuova città, così da scoprire ogni settimana un posto nuovo. Non è mai successo. 

E continuo a tormentarmi cercando risposte, analizzando le situazioni e le mie reazioni, chiedendomi perché sono diventata ( o sempre stata così). Non riesco a ricordare quando sia iniziato tutto, se mai esiste un inizio di tutto ciò.

I ricordi sono contrastanti, da bambina mi sembra di ricordare che non mi piacesse andare in vacanza, ricordo nitidamente una vacanza con i miei genitori in cui non ne volevo proprio sapere di stare al mare, e ho seppellito un biglietto sotto la sabbia dove scrivevo: Io odio stare in vacanza, non ci voglio tornare mai più. Tutto ciò per poi ritrovarmi 10 anni dopo a voler visitare una nuova città a settimana, e 16 anni dopo a dover prendere benzodiazepine per controllare la mia ansia prima di partire per le vacanze. 

Durante il periodo lavorativo ho l’impressione che l’ansia sia più controllata, tranne in alcuni momenti che generalmente coincidono con l’approssimarsi delle vacanze, momenti in cui ho più tempo da dedicarmi. 

Dunque mi chiedo, non mi hanno mai insegnato a dedicarmi del tempo? Sono sempre stata troppo impegnata a badare ai bisogni degli altri, a tal punto da non riuscire più ad essere capace a prendermi del tempo per me? 

Domani partirò, andrò nelle colline Marchigiane, un posto che mi farà sicuramente sentire a casa. 

Quando sarò lì mi ricoprirò di ridicolo dentro la testa, perché sarà davvero un posto che mi piace e di conseguenze mi rimprovererò di aver perduto una giornata a tormentarmi con strani pensieri e angosce. 

Le mie paranoie mi hanno persino portata a credere che quel giorno da bambina, dove ho seppellito il bigliettino sotto la sabbia, abbiano creato una sorta di incantesimo che ha incatenato le mie volontà sotto la sabbia, vicino a madre terra. 

Ho cercato dunque di sciogliere questo incantesimo 16 anni dopo, in montagna gettando un biglietto su un fiume con scritto: aiutami ad imparare a scorrere come tu sai fare, liberandomi di tutte le condizioni sbagliate che ho sepolto dentro di me. 

Ed oggi sono qui. Il fatto che io riesca a ricordare così nitidamente quel fiume e la sensazione di fresco nel viso mi fa credere che proprio in quel momento si sia sbloccato qualcosa di potente dentro di me, una consapevolezza che sto cercando di decifrare ancora oggi, che mi porta ad essere la persona più razionale del mondo e un attimo dopo la più fifona, che non riesce a superare o per lo meno controllare le sue paure più remote. 

Mi chiedo anche se analizzare cercando disperatamente l’origine di questa forma di ansia sia la soluzione, se io stia tormentando la mia testa e la mia anima, creando forzatamente dei ricordi o storpiando quelli già esistenti, per trovare una consolazione al nascere del mio disagio emotivo, che mi assorbe tutte le energie che durante il giorno potrei utilizzare in maniera sicuramente più proficua. 

Prima di partire mi cimento in letture su come trasformare l’ansia, imparando a memoria tecniche di gestione dei pensieri e del respiro, sperando di non averne bisogno ma avendo in parte la sicurezza di possedere un antidoto nel malcapitato caso in cui dovesse mordermi il serpente dell’ansia.

Da troppo tempo non mi chiedevo come sto

Cerco ogni giorno di analizzare i miei pensieri e di interpretare i segnali che la mia mente e il mio corpo mi danno. Era da tanto che non mi fermavo così a lungo, che non mi ascoltavo, che non mi chiedevo come sto. Questa quarantena mi ha messa a dura prova, sento che sto maturando una consapevolezza che avevo dimenticato di avere. Me ne rendo conto perché ogni segnale che il mio corpo mi dava prima di questo periodo lo ascoltavo per qualche secondo e poi lo gettavo nel dimenticatoio. Ero così presa da lavoro e impegni che mi dimenticavo perfino di bere per tutto il pomeriggio. Le mie labbra a fine giornata erano così secche che quasi faticavo  a parlare. Ma perchè non sono capace di dedicarmi un po’ di attenzioni, mi chiedevo?

Ed ora che il meccanismo si è invertito provo uno strano senso di inquietudine, mi sento quasi in colpa di poter avere tutto questo tempo per me. Mi sono permessa di avere paura, mi sono creata del tempo per me e solamente per me. I miei capelli mi ringraziano, il mio stomaco anche, la mia psiche sta diventando più forte.

Non voglio dimenticarmi di tutto questo, oggi la promessa che faccio a me stessa è di dedicarmi ogni giorno un po’ di tempo per me.

IL POTERE DEI PENSIERI

Questa mattina ho aperto gli occhi e sono stata travolta da un senso di ansia ed irrequietezza. Ho pensato tra me e me che non potevo far iniziare così una giornata. Mi sono seduta sul letto, ho aperto la finestra e chiudendo gli occhi ho iniziato a respirare profondamente. Ho ascoltato il mio respiro e ho immaginato una situazione surreale: sto camminando sul bagnasciuga quando una dozzina di persone inizia a lanciarmi addosso vernice colorata. Abbasso gli occhi e sono ricoperta da mille diverse sfumature.

Ho riaperto gli occhi e mi sono sentita meglio, mi è scappato un sorriso. Mi sono alzata dal letto e ho iniziato le mie attività quotidiane. Ero riluttante inizialmente sul fatto che si possano controllare e manipolare i nostri pensieri, ma con il giusto tempo e la giusta determinazione sento che passo dopo passo potrò farcela anche io.

E voi, a cosa pensate quando l’ansia invade il vostro corpo?

#ilpoteredeipensieri

Fuori il vecchio, dentro il nuovo

In un periodo così insolito dove l’ansia è all’ordine del giorno, ho bisogno di imparare a gestire i miei pensieri in maniera razionale e positiva. Ho deciso di lavorare con degli obiettivi. Ogni giorno scriverò un motivo per cui sono felice e grata di poter trascorrere del tempo solo con me stessa.
Dovrebbe essere la normalità poter avere del tempo da dedicarci, non solo per il nostro lato estetico ma anche per il nostro lato psicologico.
Spesso infatti ignoriamo i nostri pensieri e i nostri desideri per così tanto tempo che quando possiamo analizzarli veniamo inghiottiti da un enorme buco nero.
La prima notte di quarantena, poco dopo aver spento le luci, la mia mente ha cominciato a riempirsi di pensieri e domande che hanno accelerato notevolmente il mio battito cardiaco, mi hanno causato tremori e difficoltà nel respirare normalmente.
Ho deciso che voglio elaborare con calma le mie paure e imparare ad essere una persona di #MenteSnella.

DETTAGLI DI SPOSA

Sfregava le mani sudate nel gesto di chi si sta insaponando. Il letto ungueale così piccolo e fragile che faceva appena intravedere lo smalto ben curato. A tratti poggiava le mani tra le ginocchia, quasi a volerle proteggere. Gli occhi cerulei si muovevano velocemente alla ricerca di un’occhiata di conforto, ma intorno a lei erano tutti troppo impegnati a sistemare i vestiti e il trucco.  Il cuore le batteva all’impazzata, così decise di alzarsi e di affacciarsi alla finestra. Il sole splendeva alto nel cielo tanto che  riusciva a percepire il calore dei raggi senza toccare il vetro del balcone. Due piani al di sotto l’erba cresceva rigogliosa, visibilmente curata da mani esperte. Un respiro profondo e un’ultima sistemata ai capelli, raccolti in uno chignon decorato con perle bianche le diedero la forza di affrontare il momento più emozionante della sua vita. Aveva deciso di onorare la tradizione e di indossare lo stesso vestito della madre. Il bustino di pizzo bianco decorato con dei fiori le stringeva il petto poco prosperoso mentre la gonna di seta le donava un tocco quasi angelico.